Ma come fai a dire che…#3- l’ambientazione

di Gianluca Calvino / Riprendiamo il filo del discorso, ok?

Allora. 

I criteri per valutare la “bontà” di un testo narrativo sono molteplici; finora ci siamo soffermati su personaggi e trama, ma c’è altro. Eccome.

Parliamo, ad esempio, dell’ambientazione.

Partiamo da un presupposto: non sempre è necessario collocare una storia in un luogo preciso e definito. Pensiamo a “La metamorfosi” di Kafka, tanto per fare un esempio noto a tutti.

Quel racconto è ambientato semplicemente e integralmente in una stanza. Ora, che quella stanza si trovi a Praga (come presumibilmente ha immaginato l’autore) o a New York o a Parigi non cambia assolutamente nulla. Si tratta di un interno, più o meno asettico, che può essere collocato dove preferiamo.

Possiamo scegliere quindi di raccontare una storia senza un’ambientazione chiara e riconoscibile. Ma se invece decidiamo di utilizzarla, l’ambientazione, allora dobbiamo curarla con attenzione.

Esiste, tra gli esordienti italiani (in verità non solo tra gli esordienti…) una spiccata quanto inspiegabile tendenza all’esterofilia. 

Pare che per molti scrittori o aspiranti tali raccontare una vicenda ambientata, che so, a Valdicastello, a Potenza o a Falconara Marittima sia squallido, poco interessante, banale.

Fa molto più figo ambientare il proprio romanzo a Londra, ad esempio. Solo che magari l’autore a Londra c’è stato solo una volta per qualche giorno di vacanza. 

Basterà per utilizzare la capitale inglese come sfondo della sua storia?

Ovviamente no.

Perché vivere una città da turisti è tutt’altro che conoscerla davvero. Probabilmente le uniche scene di ambientazione vera e propria si svolgeranno in quei quattro o cinque posti che conoscono tutti (Buckingham Palace, Piccadilly, London Bridge eccetera).

Ne verrà quindi fuori la cosiddetta “ambientazione-cartolina”, qualcosa di posticcio, finto, artificiale.

E tutto ciò di cui non abbiamo bisogno è presentare al nostro lettore qualcosa di posticcio, finto, artificiale.

È il modo migliore per farlo allontanare dalla nostra storia, che invece deve possedere, tra i suoi punti di forza, l’assoluta credibilità.

Un altro problema grosso, inerente l’ambientazione, riguarda il genere del fantasy, che presuppone la creazione di interi mondi inventati dal nulla. E questi mondi, proprio perché non esistono, hanno bisogno di essere descritti con cura in ogni dettaglio. Nulla può essere lasciato al caso.

Immaginate Hogwarts senza la sua divisione in “case”; immaginate Harry senza una spiegazione logica ai suoi “horcrux”; immaginate il quidditch senza le sue regole.

Il fantasy senza ambientazione adeguata, semplicemente, non può esistere. Pertanto, se decidiamo di buttarci nella titanica impresa di fondare un mondo immaginario, dobbiamo essere scrupolosi fino al parossistico.

Quindi, un altro dei motivi per cui si può dire “questo testo non è valido” è che presenta un’ambientazione poco curata, non credibile, sciatta o posticcia.

Non è un dettaglio da poco, tutt’altro.

Ma l’elenco degli elementi da valutare, nell’approccio a un testo d’esordio, non finisce qui.

Preparatevi alle prossime tappe.

Pronti?

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