Ma come fai a dire che…#4 – la lingua

di Gianluca Calvino /

Carissimi, rieccoci a parlare dei criteri sulla base dei quali ci si può esprimere per il valore o meno di un testo narrativo.

Nelle puntate precedenti abbiamo toccato tre tematiche: la costruzione del personaggio, la trama e l’ambientazione.

Bene, oggi parliamo di un altro degli elementi centrali di un testo, che peraltro ci viene proposto nel medesimo istante in cui iniziamo la sua lettura.

Sto parlando della lingua.

Ovviamente non mi riferisco alla dicotomia latino/volgare, che andava di moda circa settecento anni fa…

Per lingua si intende il registro linguistico scelto dall’autore. 

E allora voi direte: come si fa a giudicare giusto o sbagliato il registro linguistico? 

Diciamo che i criteri generali sono due: 

  1. Naturalezza
  2. Compatibilità

Cosa pensereste se io prendessi a scrivere adoperando una modalità idonea a manoscritti ovvero dattiloscritti vergati all’uopo di trasmettere contenuti didascalici e/o moraleggianti?

Ecco, non sono impazzito. Era solo un esempio per mostrarvi cosa si intende per “lingua non naturale”. Molti autori ritengono di dover scrivere come un libro stampato; il che in linea di massima potrebbe pure essere una buona idea, purchè quel libro non sia un manuale tecnico oppure un romanzo scritto duecento anni fa!

In quel caso infatti ne verrà fuori un linguaggio grottesco, totalmente artificiale e non adeguato alla narrativa contemporanea.

Allo stesso modo, è necessario che il registro linguistico sia adeguato al tipo di storia che stiamo raccontando.

Se ci stiamo impegnando in un racconto memorialistico, impostato a mo’ di diario privato e intimo, ci può stare che si utilizzi una lingua più formale, magari anche colta (ovviamente se la voce narrante ha le caratteristiche di un personaggio che possieda quella proprietà linguistica). Un esempio chiarissimo di questo genere di narrazione è dato dalle “Memorie di Adriano” della Yourcenar o da molte delle creazioni letterarie di Isabel Allende.

Ma se invece raccontiamo una vicenda metropolitana, i cui protagonisti sono adolescenti o giovani “quartierani”, beh, allora un registro linguistico del genere risulterebbe inadeguato e al limite del parodistico. Molto più centrato sarebbe un linguaggio giovanilistico, magari anche un po’ colorito e gergale, tipo quello che ritroviamo nei romanzi di Burgess o di Bret Easton Ellis.

Ovviamente vale anche l’esempio inverso. Raccontare una storia più seriosa ed esistenziale con un linguaggio troppo metropolitano potrebbe risultare poco sensato (a meno che la voce narrante non sia quella di Holden Caulfield, ovviamente…).

Insomma, non esiste, in linea di principio, un registro linguistico valido in senso assoluto e uno che invece non può esserlo in ogni caso. Perfino un lessico più aulico potrebbe essere ammissibile se decidessimo di raccontare una storia banale con l’intenzione di caricarla fino a farla risultare comica. È quello che fa, magistralmente, Eduardo Mendoza nei suoi esilaranti romanzi, in particolar modo “Nessuna notizia di Gurb”, in cui l’elemento paradossale del confronto tra un alieno e la realtà quotidiana dei terrestri viene reso ancor più grottesco – e di conseguenza particolarmente divertente – dal linguaggio a tratti ricercatissimo del personaggio.

Per concludere, ci sentiamo di dire quindi che l’unica strada da evitare come la peste è quella del linguaggio cosiddetto formale, che rende qualunque tipo di narrazione algida, distante e pertanto poco credibile.

Per il resto, ricordiamo sempre di tener presente i capisaldi di naturalezza e compatibilità; in questo modo, difficilmente potremo sbagliare, sia nelle vesti di chi scrive sia in quelle di chi si ritrova a dover valutare lo scritto.

E per oggi è tutto. Ma non finisce qui. Che si sappia.

Gianluca Calvino

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