Ma come fai a dire che… #5 – la consulenza editoriale

di Gianluca Calvino / E veniamo a concludere questo affascinante viaggio nel mondo della consulenza editoriale. Quel mondo ignoto ai più e rifiutato da quelli che restano, perché insomma, sarà mica una cosa seria leggere un’opera per poi pronunciarsi sul suo valore?

Ma dai!

I gusti sono gusti!

I gusti sono gusti. Dicono. Quelli che non sanno.

Ma chi ci lavora, coi libri, sa che i gusti non sono gusti. O meglio, lo sono, ma fino a un certo punto. E un’opera narrativa – specialmente se all’esordio – può essere ritenuta non valida oggettivamente, e non semplicemente perché non incontra il gusto del professionista che la legge.

E così, abbiamo visto quanto sia rilevante, al fine della valutazione conclusiva, il sistema dei personaggi costruito dall’autore; poi l’importanza di una trama coerente e senza “buchi” narrativi; poi ci siamo soffermati sulle ambientazioni, accessorie in alcuni casi ma devastanti – e non nel senso buono – in altri; infine abbiamo riflettuto su quanto possa incidere, su un determinato genere di opera letteraria, l’opzione linguistico-lessicale.

L’ultimo requisito di cui vogliamo parlare non ha nulla a che vedere con il valore letterario di un testo, né con la sua capacità di veicolare messaggi fondamentali, né tanto meno con le abilità tecniche o stilistiche dell’autore.

È necessario, per quanto poco poetico, affrontare la questione che sta più a cuore a tutti gli editori, in quanto imprenditori (ok, imprenditori culturali, ma pur sempre imprenditori): ma noi, questo libro, lo vendiamo oppure no?

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Ecco. Storcete pure il naso. Ma intanto, se i libri non vengono venduti, gli editori semplicemente falliscono. E non è una cosa carina, nemmeno per chi ha deciso di investire anima e corpo (e portafogli) nella missione di diffondere il verbo della cultura con la C maiuscola.

Quindi il consulente deve domandarsi quali potenzialità abbia il testo in esame sul mercato. Nello specifico, tutto ruota attorno a una parola: originalità.

L’originalità è un’arma a doppio taglio. Mi spiego.

A volte un testo può essere bocciato perché manca di originalità. Per dire, se ci troviamo di fronte a un investigatore particolarmente deduttivo che fuma la pipa e coabita con un medico che gli fa da aiutante, oppure se leggiamo una storia di un giovane occhialuto che frequenta una scuola di magia (due esempi marchiani ma validi anche se ai personaggi vengono applicate piccole varianti), abbiamo evidentemente un problema di scarsa originalità.

In alcuni casi, però, l’assenza di originalità può essere addirittura un fattore positivo.

Se in un determinato periodo storico vanno di moda le storie di vampiri metropolitani (e ne sappiamo qualcosa, eh, da “Twilight” in poi…), allora un’ennesima storia di vampiri metropolitani può essere presa dall’editore come un’occasione di vendita. Nel calderone delle mode ci si tuffa un po’ tutti!

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Quindi, a prescindere dall’originalità della vicenda, c’è da capire quali siano le potenzialità del testo che abbiamo davanti sul mercato. Il che significa, tradotto, una cosa molto semplice ma anche molto triste: che possiamo trovarci alle prese con un romanzo scritto benissimo, stilisticamente interessante, con personaggi molto curati e un finale valido, ma che dobbiamo scartare perché, per una serie di ragioni, incontrerebbe una fetta piccolissima di mercato, quindi sarebbe un fallimento editoriale.

Si dirà: che scandalo!

Ok, però diciamola tutta: oggi Proust farebbe molta fatica a trovare un editore. E non è colpa di Proust, ma nemmeno dell’editoria. È “colpa” dei tempi, che si evolvono, e del pubblico, che cambia coi tempi.

Con questa piccola, grande, amarissima verità concludiamo questo ciclo di interventi sui criteri di valutazione dei testi narrativi d’esordio.

Spero vivamente che da oggi in poi, a chi vi chiederà “Ma come fai a dire che questo romanzo non è buono?”, sappiate dare una risposta adeguata.

Garbata, educata, sobria. Ma adeguata.

Ok?

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